“A proposito di Schmidt” (2002), ora su Sky, ci offre forse l’ultima – assieme a “The Departed” (2006) – grande performance di Jack Nicholson (ritiratosi nel 2010).

Un’interpretazione sommessa, malinconica, ironica (ultima – di 12 – nomination all’Oscar come miglior attore protagonista). Da maestro del cinema che sa dosare ogni silenzio, ogni sospiro, ogni smorfia di stanchezza esistenziale.

La trama è semplice, ma non banale: Warren Schmidt è un uomo appena andato in pensione, vedovo da poco, che inizia un viaggio attraverso l’America e attraverso sé stesso. Ha vissuto tutta una vita secondo le regole, dentro una routine senza scosse. Ora che tutto ciò che conosceva si sgretola, cerca un senso dove forse non c’è nulla da trovare. O forse sì.

Il film è tratto dal romanzo “About Schmidt” di Louis Begley, ma la scrittura di Alexander Payne e la sua regia asciutta ne fanno un’opera autonoma, sospesa tra dramma e umorismo trattenuto. Payne non cerca mai il sentimentalismo facile. E proprio per questo arriva più a fondo.

Cosa sarebbe stato questo film senza Nicholson?

Una domanda interessante. Perché “A proposito di Schmidt” è anche il ritratto di un attore che invecchia con il personaggio, che si svuota del proprio carisma per restituire la fragilità di un uomo comune. Nicholson ci aveva abituati all’eccesso, al ghigno, all’ambiguità. Qui invece ci regala la sottrazione: e proprio lì, nella sottrazione, ci commuove.

Un film da rivedere, anche solo per lasciarsi attraversare da quella lettera finale, letta in voce fuori campo. Una delle chiusure più sobrie e toccanti del cinema americano recente.

Il vero pianto? Di noi tutti, al solo pensiero che non lo vedremo più recitare.

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© Gianluca Sposito


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