
SCRITTORE: «Tutti coloro che hanno responsabilità sociali andrebbero psicoanalizzati prima di venire immessi nella professione … Perché certe tendenze negative, che fanno parte di ciascuno di noi – sadismo, volontà di potenza, narcisismo, esibizionismo – quando sono presenti in misura esuberanti ci spingono a scegliere professioni dove possano meglio soddisfarsi rimanendo al coperto.»
GIUDICE: «Perché io dovrei farmi psicoanalizzare, e lei che è scrittore no?»
SCRITTORE: «Perché io non ho il potere di mandare in galera la gente.»
Dialogo tratto dal film “L’illazione”, regia di Lelio Luttazzi (1972), restaurato da “L’immagine ritrovata” di Bologna:
Il film – di dialoghi e atmosfere, a tratti onirico, andato in onda una sola volta, su Rai 5, e dopo la morte di Luttazzi – racconta di un gruppo di persone, tra cui un giudice, che si riunisce in una casa di campagna. E attraverso chiacchiere informali, davanti a un bicchiere di vino, il giudice imbastisce un processo kafkiano contro un medico, che da vittima di denunce anonime si ritrova dall’ altra parte, sul banco degli «indiziati».
Luttazzi, vittima solo due anni prima di uno dei più clamorosi ‘errori’ giudiziari italiani, ne è il protagonista. Un Luttazzi inedito (anche per via dell’insolita barba) e diretto, che nel film si toglie più di un sassolino rivolgendosi più volte con sarcasmo al magistrato.
Qualche mese dopo i 27 giorni trascorsi ingiustamente in carcere, scrisse: «Comunque vada a finire questa fetida storia, uno come me non avrà più voglia di sorridere. Mai più… Io non ho paura della morte, ma della vita».
P.S. Una riflessione aggiuntiva (forse dedicata più agli oratori del mondo giudiziario). Sono anni che cerco di spiegare anche ai colleghi giuristi – in libri, articoli e convegni – che giudici e avvocati, analogamente a tutti gli altri essere umani, possono essere vittime di bias cognitivi e, in generale – scomodando un premio Nobel – sono vittime del ‘rumore’ che inevitabilmente subiscono. Tutto ciò incide sulle capacità decisionali e, quando accade, è evidente anche a livello logico-argomentativo (con la presenza di indici, come la realizzazione di fallacie argomentative – ad esempio, su tutte, quella del ragionamento circolare, finendo spesso col far coincidere premessa e conclusione). Non voglio sostenere – perché lo scenario è complesso, non di mia competenza, e forse neanche praticabile – che tutti i magistrati (e altre figure professionali) debbano subire un preliminare approfondimento psicoattitudinale (come? Da parte di chi? Le domande si farebbero pesanti). Però sostegno con forza che una maggiore formazione, anche sul piano psicologico e logico-argomentativo, fornirebbe ulteriori strumenti per conoscere sé stessi e i propri limiti, e per commettere meno errori.
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“Prima di giudicare. Stereotipi e pregiudizi in dieci grandi processi” di Gianluca Sposito, Intra, 2020
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