L’ho appena rivisto dopo 10 anni: le sensazioni rimangono le stesse. Nel 2014 Denis Villeneuve ha portato sul grande schermo un’opera che sfida la logica e i sensi, “Enemy”, ispirata al romanzo “L’uomo duplicato” di José Saramago (2002). La storia, tanto nel libro quanto nel film, si nutre del fascino ambiguo della duplicazione: che cosa accade quando scopriamo un altro “noi” identico, ma inaspettato? È davvero un estraneo o è il riflesso di ciò che ci rifiutiamo di riconoscere?

Saramago, premio Nobel per la letteratura, costruisce il romanzo con uno stile che è una sfida stessa per il lettore. Il suo uso sperimentale della punteggiatura, le lunghe digressioni e il tono quasi favolistico creano una narrazione densa e avvolgente, dove l’identità non è mai statica ma un territorio in continua negoziazione. Nel romanzo, il protagonista, Tertuliano Máximo Afonso, si imbatte nel suo doppio per caso, mentre guarda un film. La sua ossessione cresce in un crescendo che mescola riflessione esistenziale e tensione drammatica. Saramago non offre risposte semplici: i suoi dialoghi quasi teatrali e le incursioni nel pensiero del protagonista rendono la lettura un viaggio nell’inconscio umano.

Villeneuve, invece, reinterpreta la materia con il suo stile visivo ipnotico e carico di simbolismo. “Enemy” è un’esperienza quasi onirica, che gioca con l’inquietudine del non detto e la densità dell’immagine. L’ambientazione è opprimente, una Toronto fredda e spersonalizzante, e il film abbandona la linearità narrativa per abbracciare l’ambiguità. La trama si comprime e si espande intorno alla psicologia dei personaggi, lasciando intuire che la divisione tra Adam Bell e Anthony Claire potrebbe essere meno fisica e più mentale.

Il contrasto tra i due media è affascinante: mentre il romanzo si affida al potere del linguaggio per scandagliare le profondità dell’identità, il film di Villeneuve usa il silenzio, i colori e i simboli – come l’enigmatico ragno che appare in momenti cruciali – per evocare un senso di minaccia e mistero. Dove Saramago si dilunga, Villeneuve accenna. Dove il romanzo invita alla riflessione, il film suscita un disagio viscerale, quasi tattile.

La riflessione sull’identità e sull’alienazione è centrale in entrambe le opere. Nel libro, Tertuliano si interroga costantemente su chi sia realmente, ponendo la questione su un piano filosofico; nel film, Adam e Anthony sembrano intrappolati in una danza fatale che trascende la comprensione logica, come se rappresentassero due metà inconciliabili della stessa anima. La scelta stilistica di Villeneuve non tradisce il romanzo, ma lo reinventa in una forma che parla più al subconscio dello spettatore che alla sua mente razionale.

“Enemy” e “L’uomo duplicato” condividono un nucleo narrativo simile, ma ogni opera si sviluppa nel proprio medium con una personalità unica. Il libro ti sfida con le sue parole; il film ti cattura con il suo silenzio. Entrambi, però, ti lasciano con un senso di inquietudine che continua a riecheggiare molto dopo la conclusione.

“Enemy” è disponibile in streaming su Amazon Prime Video.

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Testo di © Gianluca Sposito. Tutti i diritti riservati.

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