Quando una scelta artistica viene modificata o ritirata non per ragioni editoriali, ma per la pressione di un “rumore di fondo” aggressivo, il problema non è più lo spettacolo.

È il precedente che si crea.

In una democrazia matura il dissenso è fisiologico; l’intimidazione, anche quando si maschera da indignazione morale, non lo è.

Confondere la critica con la pressione, e la libertà di espressione con la necessità di piacere a tutti, significa accettare un modello comunicativo povero e pericoloso, in cui non decide più chi ha la responsabilità delle scelte, ma chi urla più forte.

Il caso Pucci, al di là del giudizio sull’artista, è interessante solo per questo:

mostra quanto sia fragile oggi il confine tra confronto pubblico e condizionamento.

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© Gianluca Sposito


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