
“Poi abbiamo lavorato sulla voce, e ho trovato un tono profondo che un po’ mi è rimasto”: così aveva dichiarato Kim Rossi Stuart alla stampa, in una delle interviste di accompagnamento all’uscita della serie. E male hanno fatto, lui e il regista, perché se ne poteva fare tranquillamente a meno. L’effetto invece ottenuto lo rende quasi macchiettistico: una forzatura che suona male, letteralmente.
Eppure sarebbe bastato poco, perché “Il Gattopardo” versione Netflix ha un suo perché: sei episodi, una produzione internazionale, un’estetica curatissima, e un’ambientazione siciliana che riesce a rendere giustizia a uno dei romanzi italiani più importanti del Novecento.
L’adattamento è tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958), pubblicato postumo e da allora assurto a classico della letteratura mondiale. Alla regia c’è Tom Shankland, inglese con alle spalle episodi di” The Serpent” e “The Missing”, e alla sceneggiatura Richard Warlow con Benji Walters, in collaborazione con una squadra italiana.
La trama, nota ma sempre affascinante, ruota attorno alla fine dell’aristocrazia borbonica in Sicilia durante lo sbarco dei Mille, vista attraverso lo sguardo disilluso e malinconico di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, testimone dell’inevitabile cambiamento.
La serie è l’ultimo di numerosi adattamenti, il quinto per la precisione: dopo il celebre film di Luchino Visconti del 1963 con Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale, ci furono due riduzioni televisive italiane (1971 e 2004) e una trasposizione teatrale per la TV. Difficile non fare paragoni — e qui, purtroppo, il confronto più che nobile, rischia di diventare un peso.
🎬 Il Gattopardo è disponibile su Netflix.
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