La cultura “woke” nasce come movimento per sensibilizzare su temi fondamentali come il razzismo, il sessismo e altre forme di discriminazione, promuovendo inclusione e giustizia sociale. Nella sua origine, questa spinta verso una maggiore consapevolezza è certamente positiva: essere “woke” significa essere vigili e attenti alle ingiustizie. Tuttavia, ciò che doveva essere un’arma contro le discriminazioni si è trasformato, in molti casi, in una tendenza problematica: la cancel culture, ovvero la cancellazione di opere, artisti e idee che non rispettano gli standard morali del presente. E qui iniziano i guai. 😡

Pensiamo all’arte, al cinema, alla letteratura. Questi non sono solo intrattenimento, ma finestre sulla complessità umana, sul passato e sulle contraddizioni delle società che ci hanno preceduto. Quando iniziamo a censurare o riscrivere queste opere per renderle più “accettabili” secondo i canoni odierni, stiamo tradendo la loro stessa essenza. L’arte vive del suo contesto storico e sociale, e snaturarla per adeguarla a una sensibilità contemporanea significa non solo perdere il contatto con il passato, ma anche impoverire il dibattito culturale. Perché, diciamocelo chiaramente, chi decide cosa è moralmente accettabile oggi? E cosa accadrà domani? 🤔

Un esempio lampante sono i classici della letteratura, come “Le avventure di Huckleberry Finn” (1884) di Mark Twain o “Via col vento” (1936) di Margaret Mitchell. Queste opere sono state criticate e, in alcuni casi, rimosse da biblioteche e piattaforme per il loro linguaggio o le loro rappresentazioni ritenute offensive. Certo, i termini o gli stereotipi che usano sono distanti dalla nostra sensibilità attuale, ma è proprio questo che le rende utili: ci mostrano il mondo com’era, con le sue ingiustizie e le sue contraddizioni. Censurarle o modificarle significa privarci di un’occasione di confronto con la storia. 📖

Lo stesso vale per il cinema. Pensiamo a film come “Colazione da Tiffany” (1961), criticato per stereotipi razzisti, o “Via col vento” (1939), rimosso temporaneamente da alcune piattaforme (ma l’elenco potrebbe essere lungo…). Queste opere non vanno cancellate, ma contestualizzate. Aggiungere (tutt’al più) un’introduzione che spieghi il contesto storico è molto più educativo e rispettoso dell’arte rispetto alla cancellazione. L’arte non deve essere un terreno neutrale e privo di controversie: è lì per provocare, sfidare e farci riflettere, anche – e soprattutto – quando ci mette a disagio.

Quello che preoccupa maggiormente è il rischio di una cultura piatta, sterilizzata, in cui ogni produzione deve conformarsi a standard rigidissimi di inclusività e correttezza. La libertà creativa, fondamentale per ogni artista, viene soffocata. La paura di essere “cancellati” porta a evitare temi complessi o controversi, lasciandoci con opere superficiali e prive di profondità. Vogliamo davvero vivere in un mondo in cui tutto è perfettamente allineato e moralmente accettabile, ma completamente privo di anima? 💀

Infine, c’è un altro problema: l’effetto boomerang. La cancel culture non elimina il razzismo o il sessismo, ma spesso radicalizza le posizioni. Invece di creare dialogo e comprensione, alimenta polarizzazione e risentimento, dividendo ulteriormente le persone. Chi si oppone a questa tendenza non è necessariamente contrario ai valori di inclusione e giustizia, ma teme (giustamente) che si stia imboccando una strada pericolosa verso il conformismo culturale.

Essere vigili verso le ingiustizie è importante, ma lo è altrettanto difendere la libertà dell’arte e della cultura. Non possiamo cancellare il passato perché non ci piace. Possiamo imparare da esso, discuterlo, criticarlo, ma non riscriverlo. Il rischio, altrimenti, è quello di perdere la nostra memoria collettiva e di ridurre la cultura a un esercizio di conformità. L’arte deve essere libera, anche quando è scomoda. Anzi, soprattutto allora. 🎭


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© Gianluca Sposito