
In questi giorni, è tornato alla ribalta un capitolo oscuro del Novecento con la notizia del ritrovamento in Siria della casa di Alois Brunner, il criminale nazista che orchestrò la deportazione di migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e che, dopo il conflitto, trovò rifugio sotto la protezione del regime siriano fino alla sua morte. La scoperta riporta in primo piano la caccia ai gerarchi nazisti, una pagina di storia complessa e inquietante che ha spesso ispirato il cinema, trasformando la realtà della fuga e della giustizia post-bellica in racconti carichi di tensione, dramma e vendetta.
Tra i film che più hanno colpito il pubblico c’è “Il maratoneta” (1976) di John Schlesinger, tratto dall’omonimo romanzo di William Goldman (1974). Qui, il personaggio del sadico Szell, interpretato da un inquietante Laurence Olivier, incarna la ferocia di un gerarca braccato. Il film, con il suo stile narrativo serrato e psicologico, culmina in una scena divenuta iconica: la tortura con il trapano, simbolo del passato che ritorna in tutta la sua crudeltà.
Accanto a questo cult, “I ragazzi venuti dal Brasile” (1978), diretto da Franklin J. Schaffner e ispirato all’omonimo romanzo di Ira Levin (1976), gioca con un’ipotesi tanto inquietante quanto fantasiosa: un complotto per clonare Adolf Hitler. In questo thriller ricco di suspense e con sfumature fantascientifiche, Gregory Peck e Laurence Olivier si affrontano in un duello che rappresenta metaforicamente il conflitto eterno tra giustizia e male assoluto.
Il cinema più recente ha restituito una dimensione storica e drammatica con film come “Operation Finale” (2018), diretto da Chris Weitz. La pellicola ricostruisce in maniera fedele la cattura di Adolf Eichmann da parte del Mossad nel 1960, svelando la tensione e le difficoltà della missione, con una forte componente emotiva e personale che esplora le motivazioni dei cacciatori e il confronto diretto con il carnefice.
Da una prospettiva più intima e drammatica, “Remember” (2015) di Atom Egoyan affronta il tema della memoria e della vendetta con una delicatezza amara. La storia segue Zev Guttman, interpretato da Christopher Plummer, un anziano sopravvissuto alla Shoah che, in preda all’Alzheimer, insegue un’ultima missione: rintracciare il criminale nazista responsabile della morte della sua famiglia. La narrazione, lenta e tesa, esplora il peso del passato e il bisogno ineluttabile di giustizia, conducendo a un finale sconvolgente e rivelatore.
Sul fronte della riflessione filosofica e storica, “Hannah Arendt” (2012) di Margarethe von Trotta racconta il processo Eichmann attraverso lo sguardo della celebre filosofa, interpretata da Barbara Sukowa. Il film si basa sulle opere di Hannah Arendt, in particolare “La banalità del male” (1963). Lo stile rigoroso e intellettuale della pellicola mette al centro il concetto della “banalità del male”, in un racconto che scuote e invita a pensare.
In una chiave più moderna e distorta, Quentin Tarantino reinventa la storia in “Bastardi senza gloria” (2009), dove la caccia ai nazisti diventa un’esplosiva allegoria di vendetta, esagerata e volutamente fuori dagli schemi. Il tono grottesco e spettacolare di Tarantino riporta simbolicamente il potere nelle mani delle vittime in una narrazione volutamente anti-revisionista.
Da grandi thriller psicologici a ricostruzioni rigorose e filosofiche, fino ad allegorie esplosive, questi film dimostrano come la memoria della Shoah e la ricerca di giustizia abbiano assunto forme diverse e potenti sul grande schermo. La casa di Alois Brunner, oggi vuota e silenziosa, diventa così un simbolo di ciò che non può essere dimenticato, mentre il cinema ci ricorda che la caccia ai gerarchi nazisti non fu solo una vicenda storica, ma un monito sempre attuale contro l’impunità e l’oblio.
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Testo di © Gianluca Sposito. Tutti i diritti riservati.
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