“Hunger Games” e “Squid Game”, due fenomeni apparentemente separati, condividono una matrice tematica capace di attrarre spettatori e lettori da tutto il mondo: la lotta per la sopravvivenza in contesti estremi. La trilogia di Suzanne Collins (“The Hunger Games”, 2008-2010) ci porta in una società distopica dove il controllo si esercita attraverso un reality show mortale. Ogni anno, ventiquattro giovani sono costretti a combattere in un’arena in una spettacolarizzazione che è insieme punizione e monito politico. La saga (poi anche film nel 2012) critica il voyeurismo e il consumo passivo di violenza mediatica, un tema che dialoga direttamente con opere classiche come “1984” (1949) di George Orwell, in cui il potere si perpetua attraverso la sorveglianza e la manipolazione.

“Squid Game” (serie tv del 2021), invece, si radica in un contesto contemporaneo e realistico: il capitalismo spietato. La serie sudcoreana di Hwang Dong-hyuk si basa su giochi infantili trasformati in prove letali per individui economicamente disperati. Qui il tema principale non è tanto il controllo di uno stato totalitario, ma la brutalità delle disuguaglianze sociali e l’avidità che spinge le persone a partecipare a un sistema intrinsecamente ingiusto.

Questi due mondi, così diversi per ambientazione e dinamiche, trovano antenati comuni. Nel panorama letterario, una pietra miliare è “Battle Royale” di Koushun Takami (1999), romanzo giapponese che racconta di un governo autoritario che obbliga un’intera classe scolastica a eliminarsi in un’arena, una narrazione che ha ispirato il celebre film omonimo del 2000. Ancor prima, William Golding, con “Il signore delle mosche” (1954), aveva sondato la violenza latente nell’animo umano, mostrando un gruppo di ragazzi naufragati su un’isola che scivolano rapidamente nella barbarie.

Sul fronte cinematografico, “La decima vittima” (1965) di Elio Petri — tratto dal racconto “The Seventh Victim” (1953) di Robert Sheckley — ci trasporta in un futuro dove l’umanità, per incanalare le pulsioni violente, organizza una “Caccia” regolamentata. Ogni partecipante deve sopravvivere alternandosi come cacciatore e preda, un sistema che ricorda i meccanismi sociali e spettacolari di Hunger Games. Non meno importante è “Rollerball” (1975), ambientato in un futuro dominato dalle corporazioni, dove uno sport iperviolento diventa l’unico mezzo di ribellione per un campione che sfida il sistema.

Le radici di queste narrazioni non si fermano alla modernità. Nell’antichità, il mito del Minotauro e del Labirinto, narrato per la prima volta da Omero e poi rielaborato nei secoli, rappresenta uno dei primi esempi di competizione mortale imposta da un potere superiore. I giovani ateniesi, sacrificati a Minosse, sono precursori simbolici dei tributi di Panem o dei concorrenti di Squid Game. Anche la Roma antica, con i suoi gladiatori che lottavano per il pubblico nell’arena, fornisce un archetipo storico e culturale per queste narrazioni.

La fascinazione per la lotta estrema attraversa i secoli perché parla di noi: della paura, della disperazione, dell’avidità e del desiderio di sopravvivere a ogni costo. Hunger Games e Squid Game, pur nelle loro differenze, si incontrano su un terreno comune: ci costringono a interrogarci su quanto siamo disposti a sacrificare per il potere, il denaro o la semplice sopravvivenza.

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Testo di © Gianluca Sposito. Tutti i diritti riservati.

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