
La recente vittoria di Adrien Brody agli Oscar come miglior attore protagonista per “The Brutalist” (di Brady Corbet, 2024) ha acceso i riflettori su un film che intreccia magistralmente la finzione cinematografica con la storia dell’architettura. Brody interpreta László Tóth, un (mai esistito) architetto ungherese ebreo sopravvissuto all’Olocausto, che emigra negli Stati Uniti nel 1947 con il sogno di ricostruire la propria vita e realizzare il suo personale “sogno americano”. La pellicola segue tre decenni della sua esistenza, mostrando le sfide e le opportunità incontrate nel tentativo di affermarsi in un nuovo mondo.
Il titolo del film, “The Brutalist”, richiama direttamente l’architettura brutalista, una corrente nata negli anni Cinquanta in Inghilterra. Il termine deriva dal francese “béton brut”, che significa “cemento grezzo”, e si riferisce all’uso esposto e non rifinito del cemento armato nelle costruzioni. Questo stile architettonico si caratterizza per edifici dalle forme geometriche semplici e nette, con strutture essenziali che mettono in risalto i materiali e gli elementi strutturali piuttosto che la decorazione.
Il brutalismo si sviluppò nel secondo dopoguerra, in parte per la necessità di ricostruire le città devastate e in parte come reazione alla mancanza di funzionalità percepita nel Movimento Moderno. Gli edifici brutalisti erano spesso destinati a istituzioni pubbliche come università, biblioteche e complessi residenziali, riflettendo principi di onestà strutturale e accessibilità sociale.
In Italia, il brutalismo ha lasciato tracce significative. Ad esempio, la Chiesa dell’Autostrada del Sole vicino a Firenze, progettata da Giovanni Michelucci, è un’icona di questo stile. Anche il complesso del Corviale a Roma rappresenta un esempio emblematico dell’architettura brutalista nel contesto urbano italiano.
La scelta di intitolare il film “The Brutalist” non è casuale: riflette la personalità del protagonista László Tóth e la sua visione architettonica. Come l’architettura brutalista, Tóth è caratterizzato da una forza interiore e da una determinazione a costruire qualcosa di duraturo e significativo, nonostante le avversità. La sua storia è una metafora della resistenza umana e della capacità di trovare bellezza e significato anche nelle forme più crude e apparentemente inospitali.
L’interpretazione di Brody ha contribuito a portare alla ribalta l’estetica brutalista, invitando il pubblico a riscoprire e rivalutare questo affascinante capitolo dell’architettura moderna.
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