Ho l’abitudine – forse un vezzo professionale – di non leggere mai recensioni altrui prima di guardare un film o una serie. Lo faccio soltanto dopo aver scritto la mia riflessione, per non lasciarmi influenzare, nemmeno inconsapevolmente. E “L’ottava nota – Boychoir” è uno di quei rari casi in cui mi sono ritrovato a parlarne con sincero apprezzamento… per poi scoprire che molti altri critici ne hanno parlato con tutt’altro tono. Il che, a onor del vero, è esattamente il contrario di quanto solitamente mi capita…

Uscito nel 2015 e oggi disponibile su Amazon Prime Video, il film è diretto da François Girard – regista già noto per opere in cui la musica non è un semplice accompagnamento ma un vero e proprio personaggio narrativo.

La trama è quella di una “bildungsroman” musicale, ossia una storia di formazione che ha la musica come motore centrale del cambiamento: un ragazzo difficile, un talento grezzo, una scuola d’élite, un maestro severo, una possibilità di riscatto. Ingredienti noti, sì. Ma “L’ottava nota” ha il merito di suonarli in modo armonico e sincero, come un coro che riesce a commuovere anche senza stupire.

Le interpretazioni sono solide, intense, mai sopra le righe. Dustin Hoffman, nella parte del direttore del coro, è al tempo stesso scorza e cuore, rigore e pietà. Accanto a lui, Kathy Bates e Eddie Izzard formano un cast d’appoggio che non ha bisogno di virtuosismi per lasciare il segno. Il vero protagonista, però, è la voce: quella del giovane Garrett Wareing, e più in generale quella dell’infanzia, dell’insicurezza, della scoperta.

Il film tocca temi universali e profondamente umani: la disciplina e l’impegno come strumenti di costruzione dell’identità, il talento che chiede ascolto ma anche educazione, il confronto generazionale tra chi guida e chi cerca una strada, il dolore che può diventare bellezza, se qualcuno ti insegna a trasformarlo in canto.

Come studioso di retorica e linguaggi – anche visuali – non mi soffermo sul giudizio strettamente tecnico-narrativo della pellicola, che può ovviamente avere qualche limite. Ma posso dire che “L’ottava nota” sa comunicare, sa evocare, sa emozionare – e questo, per me e forse anche per molti di voi, è già molto.

Non tutto quello che è prevedibile è banale, e non tutto ciò che segue uno spartito è privo di anima.Guardatelo. Lasciatevi attraversare dalle voci bianche, dai silenzi pieni, dagli sguardi che chiedono di essere riconosciuti. È un film che riesce a farsi sentire, senza gridare o far rumore.

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© Gianluca Sposito


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