
Su Amazon Prime Video è disponibile un film italiano che mi ha particolarmente incuriosito: “Castelrotto” (2024), opera prima di Damiano Giacomelli e interpretato da un Giorgio Colangeli in stato di grazia, vero motore di tutto.
Colangeli è Ottone, un giornalista in pensione, disilluso e solitario, che vive in una piccola comunità chiusa e apparentemente immobile. Quando una giovane cronista freelance (Denise Tantucci) arriva in paese per indagare su un misterioso cold case, Ottone rispolvera la sua passione e il suo intuito investigativo. Ma non tutto è come sembra, e la ricerca della verità si trasforma ben presto in qualcosa di molto più oscuro.
La provincia marchigiana è protagonista e non solo sfondo: diventa elemento drammaturgico a tutti gli effetti, spazio simbolico e concreto dove si sedimentano silenzi, colpe, rimozioni. Castelrotto è uno scavo sociale, antropologico e linguistico, un noir di provincia (solo nel senso geografico del termine) che si trasforma lentamente in un’apologia della vendetta.
Bravissimi anche gli altri interpreti – attori professionisti e volti locali non professionisti – che danno vita a un microcosmo credibile, ruvido, vero.
Ah, già: ma Castelrotto dov’è?
Il borgo del titolo non esiste sulle mappe. È un luogo immaginario, costruito però sulle coordinate reali e linguistiche dell’entroterra maceratese. Castelrotto è l’idea stessa di un’Italia che fatica a uscire da sé, avvolta nei suoi segreti e nelle sue colpe.
Un piccolo film indipendente, girato con coraggio e coerenza. Da vedere.
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© Gianluca Sposito
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