In Francia è scoppiata una polemica intorno a “C’était ça ou mourir”, romanzo di Thélyson Orélien, già vincitore del Prix du Roman Fnac e in corsa per importanti premi letterari. Un account anonimo ha sottoposto alcuni passaggi del libro a un software che pretende di riconoscere i testi generati dall’intelligenza artificiale. Verdetto: in alcuni casi, «100% IA».

L’editore Grasset ha respinto l’accusa. Altri strumenti, interrogati sugli stessi testi, hanno dato risultati diversi. Ed è cominciata la caccia.

Una caccia alle streghe ha sempre una dinamica piuttosto semplice: prima nasce il sospetto, poi si cerca il segno che confermi il sospetto, infine il segno diventa prova di colpevolezza. Qui, però, c’è qualcosa di ancora più interessante: il sospetto sembra essere ormai sufficiente. Non importa più se un libro è bello. Bisogna scoprire se da qualche parte è passata l’IA.

Ed è probabilmente questa la domanda sbagliata.

Perché uno scrittore può usare l’IA per documentarsi, mettere alla prova una trama, cercare alternative, discutere un personaggio, individuare ripetizioni, fare editing, tradurre provvisoriamente, confrontare registri, verificare la coerenza di una cronologia. Può persino farsi proporre una frase e poi riscriverla radicalmente.

Mettere tutto questo nella categoria «libro scritto dall’IA» significa non capire più che cosa sia un processo creativo.

Naturalmente esistono differenze. Chiedere a una macchina «scrivimi un romanzo» e pubblicare il risultato quasi senza intervenire non è la stessa cosa che servirsi dell’IA all’interno di un processo di ideazione, selezione, controllo e riscrittura. E un romanzo non pone neppure gli stessi problemi di un testo tecnico o divulgativo: in questi ultimi casi può benissimo accadere che una formulazione prodotta dall’IA sia più chiara, precisa ed efficace di quella che avrebbe scritto un essere umano. Per quale ragione dovremmo preferire quella peggiore?

Il punto, allora, non dovrebbe essere stabilire se l’IA abbia «toccato» un libro, quasi fosse una sostanza contaminante. Il bersaglio da mettere in discussione è proprio l’idea che il semplice impiego dell’intelligenza artificiale costituisca una contaminazione dell’opera.

Forse dovremmo cominciare a guardare molto più al prodotto finale e molto meno alla mitologia della sua fabbricazione. Tra dieci o vent’anni – e in parte già oggi – distinguere con certezza ciò che è interamente umano, ciò che è parzialmente assistito dall’IA e ciò che è stato largamente generato dall’IA sarà probabilmente sempre più difficile. I detector possono offrire indizi probabilistici, non una macchina della verità dell’autorialità.

E allora che cosa resterà?

Resterà il libro. Il saggio che spiega bene oppure spiega male. Il manuale che rende comprensibile una materia oppure la rende incomprensibile. Il romanzo che annoia oppure appassiona. La pagina che resta impressa oppure si dimentica appena voltata.

Perché l’IA è uno strumento potentissimo. E come tutti gli strumenti può essere usato male, mediocremente o molto bene.

Forse il talento del futuro consisterà anche in questo: saper utilizzare l’intelligenza artificiale senza smettere di essere l’intelligenza che la conduce. E, alla fine, la domanda davvero interessante non sarà: «Qui c’è dell’IA?». Sarà molto più semplice:

«Questo libro vale la pena di essere letto?»


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