Tutto inizia lungo una statale, all’altezza dello svincolo Foligno Est. Su un camion diretto al macello viaggia Billy, un maiale di due anni, trecento chili, nessuna speranza. La strada è unica, il destino segnato. 

Ma Billy non ci sta. Con un gesto che nessuno avrebbe potuto prevedere, si lancia dal camion in corsa. Atterra, si rialza, corre. Nella confusione del traffico, una donna frena, scende, lo raggiunge. Lo protegge. Chiama i soccorsi. Il tempo si ferma. Il maiale è salvo.

Qui il film cambia tono. La donna che lo ha salvato decide di acquistarlo, sottraendolo al suo destino. E lo affida a una persona fuori dal comune: un’imprenditrice energica e custode di una fattoria didattica alle porte di Foligno. Doriana accoglie Billy tra cavalli, pony, cani, gatti, galline, caprette e persino un agnello di nome Serafino. Gli fa spazio sul divano del soggiorno. Gli dà una coperta. Gli costruisce una casetta tutta per lui. E lo lascia diventare ciò che nessuno avrebbe immaginato: la mascotte del rifugio, e il cuore pulsante di una nuova famiglia allargata.

Nella seconda parte del film, Billy non è più una preda, ma un simbolo. Vive sereno, libero, in un’armonia rara con l’uomo e gli altri animali. C’è chi lo accarezza, chi lo fotografa, chi lo chiama per nome. Ha una routine, un carattere, delle abitudini. È, a tutti gli effetti, una presenza amata.

E proprio quando pensiamo che sia solo una bella favola, lo schermo si oscura. Appare una scritta: “Ispirato a una storia vera.”

Anzi no: questa È una storia vera.E forse, proprio per questo, è ancora più bella del film che – chissà – un giorno qualcuno girerà.

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© Gianluca Sposito


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