“Parthenope” di Paolo Sorrentino è su Netflix. L’ho ovviamente visto, peraltro dopo aver letto di tutto, nel bene e nel male.

Il film è in continuità stilistica con le precedenti opere di Sorrentino, e possiede una potenza visiva enorme. Tuttavia, si è arrivati a sostenere (The Guardian) che il film sarebbe “un esercizio di creazione di immagini languide troppo vanitoso per permettere qualsiasi investimento emotivo”, sostanzialmente “autocompiaciuto” (come altri hanno anche scritto), evidenziando una certa superficialità nell’approccio narrativo.

Ecco, non essendo propriamente un regista ma occupandomi di linguaggio e comunicazione, mi vorrei soffermare su un aspetto: la narrazione.

Il regista adotta uno stile narrativo che intreccia mito e realtà, ispirandosi alla leggenda della sirena Parthenope e della fondazione di Napoli. La protagonista, interpretata dalla brava Celeste Dalla Porta, incarna questa figura mitologica, vivendo un’esistenza che riflette la complessità e le contraddizioni della città partenopea. La narrazione segue un percorso episodico, coprendo la vita di Parthenope dalla nascita nel 1950 fino ai giorni nostri. Questa struttura permette al regista di esplorare temi come la memoria, il passare del tempo e l’evoluzione personale, offrendo una riflessione sulla giovinezza e sulla maturità, sulle aspirazioni e sulle realizzazioni.

I dialoghi sono ricchi di aforismi, tutti frutto del Sorrentino-pensiero. Il regista stesso ha dichiarato di ispirarsi alla commedia americana degli anni ’50, dove i personaggi erano sempre pronti con risposte brillanti, cercando di movimentare la narrazione e offrire al pubblico un’esperienza diversa dalla quotidianità.

Tuttavia, ho avvertito una certa frammentarietà narrativa, quasi come se gli episodi e i personaggi seguissero un percorso obbligato solo perché possano poi finire col dire questo o quello (in aderenza al Sorrentino-pensiero). L’effetto è quello di una sequenza di quadri nei quali i personaggi si animano all’occorrenza, e poi tornano inanimati. Non capiamo – e forse non è neanche necessario capire – quanto siano veri o falsi, se tutto sia immaginario, mitologico o simbolico. È un’opera d’arte personale, e va rispettata così come ci viene proposta. Però un’opera non solo diretta ma anche scritta da Sorrentino: invece io vorrei tanto vederlo all’opera su un testo ben diverso.

È, allora, un film che “rimane tutto sommato senz’anima”, come anche è stato scritto? Il dubbio che forse si tratti di un esercizio di stile rimane. Ma un bell’esercizio di stile, sia chiaro.

Comunque, il film meritava indubbiamente l’Oscar per la migliore scenografia naturale.

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Testo di © Gianluca Sposito. Tutti i diritti riservati.

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