
Facendo un po’ di archeologia dello streaming, su Amazon Prime Video si può scoprire (o riscoprire) un film che oggi è considerato un capolavoro assoluto, ma che alla sua uscita fu stroncato senza pietà: “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) di Michael Powell.
Una pellicola che ha attraversato un percorso critico tormentato: all’epoca, la stampa britannica lo bollò come immorale, perverso, disturbante. Tanto da distruggere, praticamente da un giorno all’altro, la carriera del regista nel Regno Unito.
Eppure, proprio quel film maledetto si è lentamente guadagnato un posto nella storia del cinema.
Perché?
Perché “L’occhio che uccide” è molto più di un thriller. È una lunga, perturbante autoanalisi sul desiderio di vedere, sulla compulsione dello sguardo, sull’etica (e il rischio) dell’osservazione.
È un film che parla di noi spettatori, delle nostre ossessioni, della sottile linea tra partecipazione e violazione, tra curiosità e perversione.
Non a caso Martin Scorsese lo ha definito “uno dei film più importanti mai girati sul cinema stesso”.
La trama – agghiacciante e modernissima – ruota attorno a un giovane operatore di cinepresa che filma le sue vittime nel momento della morte, per rivivere ogni dettaglio del terrore.
Ma è proprio nella messa in scena che Powell eccelle:
📽️ inquadrature particolari, che trasformano la macchina da presa nell’occhio assassino;
🎨 una fotografia dai colori vividi, quasi irreali, con contrasti forti e luci taglienti che evocano tanto il technicolor quanto l’incubo;
🩸 un’estetica meticolosa, spiazzante, teatrale – che fa a pezzi le certezze visive dello spettatore.
Oggi, “L’occhio che uccide” è riconosciuto come uno spartiacque del cinema di genere, antesignano di tutto il thriller psicologico moderno, e amatissimo da cineasti, studiosi e spettatori raffinati.
È il cinema che si interroga su sé stesso. È il brivido del vedere che diventa pensiero.
Un’opera inquieta, crudele, necessaria.
Una visione interessante (per molti, imperdibile).
Disponibile su Amazon Prime Video.
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