Sì, potrete anche dire che difendo ad oltranza il cinema italiano; che mi permetto di sottolineare come alcuni registi e alcuni interpreti non abbiano niente da invidiare al “grande” cinema americano. Ma io vi porto conferme concrete (quando possibile…).

Eccone una: “La città proibita” di Gabriele Mainetti (2025, ora su Netflix). Lui è quello di “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015) e “Freaks Out” (2021) – dai, le premesse c’erano tutte. E questo suo terzo film è ancora una volta coraggioso e innovativo.

La trama?
Nel cuore di una Roma multietnica, una giovane ragazza cinese esperta di arti marziali cerca vendetta dopo la scomparsa del fratello. In questa sua ricerca finisce per incrociare le vite di un poliziotto ruvido e disilluso (Marco Giallini) e di una città piena di contraddizioni, dove il confine tra legalità e giustizia è sempre più labile.

Mainetti costruisce un raro (unico) “kung-fu movie” ambientato a Roma, dove commedia, azione e melodramma convivono audacemente (proprio come un’amatriciana mangiata con le bacchette – che, poi, “Kung-fu all’amatriciana” era il titolo provvisorio del film…).

La città proibita ridefinisce un certo concetto di cinema di genere italiano, andando oltre le convenzioni e inseguendo visione, contaminazione culturale e azione autentica. Il risultato è un action emotivamente pulsante, capace di emozionare e divertire, con la firma inconfondibile di Gabriele Mainetti.

Audace, ITALIANO e sorprendente.

P.S. In alcune battute di Giallini (bravo) finalmente ho rivisto una rara libertà di espressione nella sceneggiatura, di quelle che (finalmente!) non temono il politicamente (s)corretto e ricordano certi personaggi della commedia all’italiana, tanto disgustosi quanto veri.

P.S. 2: L’uscita dal ristorante, all’inizio del film, svelando l’improbabile località, è geniale e magnifica.

P.S. 3: La produzione del baraccone è comunque costata quasi 17 milioni di euro…

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© Gianluca Sposito


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