Su Amazon Prime Video è disponibile un film del 1959 che merita di essere riscoperto con occhi curiosi: “Il capro espiatorio” (The Scapegoat), tratto da un romanzo di Daphne du Maurier e diretto da Robert Hamer. A una prima occhiata potrebbe sembrare uno di quei classici invecchiati bene solo per i cinefili più ostinati, ma basta poco per rendersi conto che si tratta, invece, di un racconto ancora oggi profondamente intrigante, costruito attorno a una domanda che non ha perso un briciolo della sua forza: chi saremmo, se potessimo diventare qualcun altro?

La storia comincia con John Barratt, un insegnante inglese in vacanza in Francia, che incontra per caso un uomo identico a lui. Si tratta del nobile Jacques De Gué, figura elegante ma ambigua, che lo invita a bere insieme. Al risveglio, Barratt scopre con sgomento che il suo sosia è sparito e che tutti, intorno a lui, lo scambiano per quell’uomo sconosciuto. Così, improvvisamente e senza averlo scelto, si ritrova immerso in una vita non sua: una grande tenuta, una famiglia, relazioni complesse, debiti e ombre. E soprattutto, un segreto che gli cambierà per sempre lo sguardo sul mondo e su sé stesso.

Quello che colpisce, oggi come allora, è la capacità del film di intrecciare tensione psicologica e riflessione morale senza mai appesantire la narrazione. Alec Guinness, straordinario nel doppio ruolo, non si limita a recitare due personaggi: li abita, li differenzia nei gesti minimi, nella voce, nella postura, rendendo credibile un intreccio che in mani meno esperte sarebbe potuto scivolare nel grottesco. Accanto a lui, una galleria di personaggi ambigui, interpretati da attori di grande livello, contribuisce a costruire un clima di sospetto, di sottile inquietudine. È un film che non urla, ma sussurra: e i suoi sussurri lasciano il segno.

Certo, lo spettatore abituato ai ritmi forsennati delle serie odierne dovrà accordarsi con il passo narrativo del film, che è più lento, ma anche più denso. Ogni scena è una tessera che chiede attenzione. Ogni sguardo è carico di significato. E alla fine, non si può non restare colpiti dalla modernità del tema: l’identità come costruzione sociale, il ruolo come maschera, la responsabilità morale anche quando ci si trova in una parte non scelta.

“Il capro espiatorio” non è solo un giallo d’identità: è un film sull’illusione e sulla verità, sulla possibilità di cambiare e sulla pericolosa tentazione di farlo a partire da una menzogna. Un classico, sì, ma di quelli che sanno ancora parlarci — e che, forse, proprio oggi possono farlo con ancora maggiore urgenza.

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© Gianluca Sposito


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