
Davvero? C’è chi è interessato? Allora mi scuso: questo è un post forse indelicato per loro, ma sincero.
Il CURLING, per chi lo incontra una volta ogni quattro anni, sembra una disciplina nata da una scommessa: una pietra che scivola, due persone che spazzano con aria serissima, e un terzo che sembra aver appena ricordato di aver lasciato il gas aperto. Poi scopri che è un gioco di precisione feroce, una specie di scacchi su ghiaccio: angoli, rotazioni, strategia, nervi.
E va bene. Affascinante (per alcuni, molti, non saprei).
Però la domanda resta: lo fa davvero qualcuno?
Cioè: “stasera dopo lavoro pizza e poi due end”?
Nel weekend: “amore, vado al curling con gli amici”?
Perché il ghiaccio del curling non è un ghiaccio qualunque. Va preparato apposta, “pebblato”, con condizioni specifiche. Non è che lo improvvisi sul lago o sulla pista del centro commerciale.
Poi c’è il BIATHLON.
Sport meraviglioso, eh eh. Fondo ad alta intensità, cuore a 180, poi improvvisamente silenzio e tiro di precisione.
Ma nella vita reale com’è?
Si va in montagna, sci di fondo… e carabina a tracolla?
Ci si ferma al poligono prima dell’aperitivo?
Per praticarlo servono piste dedicate, strutture regolamentate, porto d’armi sportivo. Non è esattamente “vado a farmi una corsetta”.
E poi arriviamo ai miei preferiti, eccome: BOB, SLITTINO, SKELETON.
Spettacolari, vertiginosi.
Ma per farli non basta la voglia: serve una pista refrigerata lunga più o meno un chilometro e mezzo, curve sopraelevate, impianti complessi, manutenzione continua. Parliamo di infrastrutture che costano decine di milioni.
Non è un campetto sotto casa.
E qui la domanda non è polemica: è logistica.
Dopo le Olimpiadi, che fine fanno queste piste?
A volte funzionano, se inserite in un sistema con tradizione e utilizzo costante.
Altre volte diventano strutture difficili da mantenere, costose, sottoutilizzate.
Non vengono “buttate in discarica”. Restano. Ed è proprio questo il punto: mantenerle costa.
E poi c’è un altro elemento che pochi considerano.
Molti atleti di queste discipline — soprattutto quelle meno commerciali — appartengono ai Gruppi Sportivi delle Forze Armate o dei Corpi dello Stato.
Sono formalmente arruolati. Percepiscono uno stipendio pubblico. Si allenano e competono tutto l’anno, non solo ogni quattro anni.
Questo non è uno scandalo. È un modello.
Senza quel sostegno statale, molti di questi sport in Italia semplicemente non esisterebbero a livello competitivo. Non c’è un mercato, non ci sono sponsor milionari, non ci sono leghe professionistiche.
Ma la domanda rimane legittima:
vogliamo uno sport olimpico anche dove il mercato non arriva?
Se sì, il conto lo paga lo Stato.
Se no, quelle discipline spariscono.
Non è un attacco agli atleti che si allenano 300 giorni l’anno, venendo in qualche modo pagati anche da noi, e va bene.
Però è sicuramente una riflessione su un sistema che, ogni quattro anni, diventa spettacolare, patriottico, emozionante.
E poi torna silenzioso.
Io continuerò a guardare le discese a 140 all’ora con rispetto (e qualche dubbio, lo ammetto, su molte cose).
Ma se mi dite che fate curling il mercoledì sera, o biathlon prima di cena, o bob nel weekend…
Vi prego: ditemi dove, che vengo.
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© Gianluca Sposito