L’immagine che accompagna questo articolo mostra l’evoluzione del “lato B” della Mini attraverso alcune delle sue generazioni più rappresentative. È un confronto apparentemente semplice, ma che racconta molto più di quanto sembri. Racconta la storia di un’automobile che, pur cambiando profondamente nel corso dei decenni, ha conservato una personalità riconoscibile e un’identità unica.

La Mini nasce nel 1959 da un’intuizione di Sir Alec Issigonis. L’obiettivo era costruire una piccola automobile economica ma sorprendentemente spaziosa. La soluzione tecnica del motore trasversale e della trazione anteriore rivoluzionò il concetto stesso di utilitaria, permettendo di sfruttare quasi interamente l’abitacolo pur mantenendo dimensioni esterne ridottissime. La vettura, prodotta inizialmente dalla British Motor Corporation, sarebbe poi passata attraverso le vicende industriali della British Leyland e del Rover Group, fino all’acquisizione da parte di BMW nel 1994 e al rilancio del marchio nel 2001 con una reinterpretazione moderna del progetto originario.

È interessante osservare come questa evoluzione industriale si rifletta anche nel design posteriore della vettura. La Mini classica era un esercizio di essenzialità: superfici pulite, fanali verticali di piccole dimensioni, nessuna concessione all’estetica fine a sé stessa. Tutto rispondeva a una logica funzionale.

Con il passare degli anni, invece, il posteriore è diventato sempre più un elemento di identità stilistica. I gruppi ottici sono cresciuti, sono arrivati i richiami grafici alla Union Jack, le superfici si sono scolpite e la firma luminosa è diventata parte integrante del linguaggio del marchio. Eppure, osservando tutte queste vetture una accanto all’altra, si continua a riconoscere immediatamente una Mini (o forse no, nell’ultima versione?).

Poche automobili possono vantare una simile continuità. E anche il cinema ha contribuito enormemente a costruire questo mito.

L’immagine più famosa resta probabilmente quella di Un colpo all’italiana (1969), dove tre Mini Cooper S attraversano Torino in una delle sequenze automobilistiche più celebri della storia del cinema. Curiosamente, la British Motor Corporation non comprese inizialmente il potenziale promozionale dell’operazione e rifiutò di fornire gratuitamente le vetture alla produzione. Furono così acquistati sei esemplari nuovi e numerose Mini usate, alcune delle quali modificate per sembrare Cooper S. Addirittura Fiat si offrì di sostituirle con un numero illimitato di Fiat 500, mettendo a disposizione anche stunt driver e un consistente incentivo economico. La proposta venne però respinta perché avrebbe snaturato il carattere profondamente britannico del film.

Quelle sequenze consacrarono definitivamente la Mini come simbolo di agilità, ingegnosità e stile.

Negli anni successivi l’automobile continuò a vivere sul piccolo schermo grazie a un altro personaggio destinato a entrare nell’immaginario collettivo: Mr. Bean.

La sua Mini 1000 verde con cofano nero è diventata quasi un coprotagonista della serie televisiva. Le trovate surreali di Rowan Atkinson — dall’auto guidata stando seduto sul tetto fino alla celebre distruzione sotto un carro armato — hanno contribuito a trasformare quella piccola utilitaria in una delle automobili più riconoscibili della televisione mondiale.

Anche il cinema d’azione ha saputo valorizzarne le qualità.

In The Bourne Identity (2002), Jason Bourne fugge attraverso le strette vie di Parigi al volante di una Mini Mayfair del 1989. Non è certo un’auto da alte prestazioni: il suo piccolo motore da 998 cc sviluppa appena una quarantina di cavalli. Eppure proprio il peso contenuto e la straordinaria agilità consentono alla Mini di diventare la protagonista di uno degli inseguimenti più riusciti della saga.

L’anno successivo arriva il ritorno di The Italian Job, questa volta con la Mini del nuovo corso BMW.

La Cooper S R53 mantiene lo spirito dell’originale ma lo traduce nel linguaggio del XXI secolo. Motore sovralimentato, telaio irrigidito, prestazioni elevate e una tecnologia completamente nuova permettono alla piccola inglese di affrontare spettacolari scene d’azione. Per il film vengono utilizzati circa trentadue esemplari, alcuni modificati appositamente per le riprese e altri addirittura convertiti in elettrici per girare nelle gallerie della metropolitana di Los Angeles.

Questa continuità cinematografica è forse il miglior indicatore del successo della Mini.

Non tutte le automobili riescono a sopravvivere al proprio tempo. Molte restano legate a una specifica epoca storica. La Mini, invece, è riuscita a reinterpretarsi senza perdere la propria identità. È cambiata la tecnologia, sono cambiate le dimensioni, sono aumentate sicurezza e prestazioni. È cambiato persino il costruttore.

Eppure continua a essere immediatamente riconoscibile.

Quale “lato B” della Mini preferite? Quello essenziale delle origini o quello ricco di personalità delle ultime generazioni?

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Gianluca Sposito, Duetti. Auto e film che hanno fatto la storia del cinema

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© Gianluca Sposito


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