Ogni anno migliaia di studenti di Giurisprudenza acquistano manuali di ottocento, mille, talvolta milleduecento pagine. È normale. Il diritto è una materia vasta e complessa. Meno normale è che una parte di quei libri sembri fare di tutto per rendere ancora più difficile ciò che è già complesso.

Non mi riferisco al livello scientifico delle opere. Né sostengo che un buon manuale debba essere necessariamente breve. Il problema è un altro: il modo in cui troppo spesso il diritto viene scritto.

Periodi lunghissimi, subordinate che si rincorrono per mezza pagina, continue ripetizioni dello stesso concetto, nominalizzazioni, arcaismi, tecnicismi inutili, formule stereotipate che si tramandano da decenni. Tutto questo non aumenta il rigore dell’esposizione. Aumenta soltanto il tempo necessario per capire.

Ed è qui che, secondo me, nasce un equivoco enorme.

Molti studenti finiscono per convincersi che quella sia la lingua del diritto. Che un giurista, per essere credibile, debba scrivere così. Più il periodo è complicato, più il ragionamento appare autorevole. Più il lessico si allontana dall’italiano comune, più sembra acquisire dignità scientifica. 

Non è così.

Un linguaggio tecnico è indispensabile. I tecnicismi servono quando sono davvero necessari a esprimere un concetto che la lingua comune non riuscirebbe a rendere con la stessa precisione. Ma una cosa sono i tecnicismi necessari. Altra cosa sono le infinite abitudini linguistiche che non aggiungono alcuna precisione e servono soltanto a dare al discorso un’apparenza più solenne.

È una distinzione che, purtroppo, nell’insegnamento del diritto si perde molto spesso.

E così il meccanismo continua ad alimentarsi da solo. I professori hanno studiato su quei libri; gli studenti studiano sugli stessi modelli; molti magistrati e molti avvocati continueranno poi a scrivere nello stesso modo, convinti che quella sia la lingua “naturale” dei giuristi e che solo operandola si possa essere riconosciuti come tali. Si crea una sorta di circuito chiuso nel quale tutti finiscono per confermare le abitudini degli altri. Una autoreferenzialità che sfiora il compiacimento più morboso.

È un fenomeno che osservo da anni e che continuo a considerare dannoso.

Perché rallentare l’apprendimento non è un problema soltanto dello studente. È un problema del sistema e, poi, della società. Se per comprendere un istituto servono cinquanta pagine quando ne basterebbero venti scritte meglio, stiamo sprecando tempo, energie e intelligenze. Se un giovane giurista impara che scrivere difficile equivale a scrivere bene, porterà quella convinzione nella professione, nella magistratura, nell’università.

Eppure il diritto non chiede questo.

Chiede precisione. Chiede rigore. Chiede capacità di distinguere. Tutte qualità perfettamente compatibili con una lingua chiara.

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Edizioni Intra – Collana Breviter: manuali e risorse per giuristi

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© Gianluca Sposito


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