Ho letto i numerosi commenti (soprattutto su Facebook) al mio post relativo al caso Roggero. E torno volentieri sull’argomento.

Molti sostengono che la legge dovrebbe essere cambiata. Che la legittima difesa dovrebbe essere estesa fino a ricomprendere anche situazioni nelle quali l’aggressione è ormai terminata, purché la reazione avvenga nell’immediatezza dei fatti e sotto l’effetto dello sconvolgimento emotivo.

È una proposta legittima. Ma, prima di sostenerla, credo sia doveroso porsi una domanda.

Siamo davvero disposti ad accettarne tutte le conseguenze?

Perché il diritto non viene scritto per un solo caso. Vale per tutti. Sempre.

Immaginiamo allora che la legge dica questo: chi è stato appena aggredito può continuare a usare la forza anche quando il pericolo immediato è cessato, perché il suo stato psicologico rende comprensibile quella reazione.

Siamo sicuri di voler vivere in un Paese così? Perché, da quel momento, cambierebbe tutto.

Se il commerciante può inseguire il rapinatore che fugge e ucciderlo, perché non dovrebbe poterlo fare anche chi, dopo aver ricevuto un pugno durante una lite, rincorre l’aggressore e lo uccide, poi sostenendo di essere ancora sotto l’effetto dello shock?

Se uno scippatore strappa una borsa e fugge senza rappresentare più un pericolo attuale, chi lo insegue può sparargli alle spalle?

Se due persone litigano violentemente fuori da un locale e una delle due, dopo aver sferrato un pugno, si allontana, l’altra può rincorrerla e accoltellarla perché la paura e la rabbia non sono ancora svanite?

Se, al termine di una lite stradale, uno dei conducenti colpisce l’altro e tenta di andarsene, quest’ultimo può investirlo deliberatamente pochi secondi dopo, sostenendo poi di aver reagito nell’immediatezza dell’aggressione?

E, soprattutto, chi stabilirà quando quello stato emotivo è davvero finito?

Trenta secondi? Due minuti? Cinque?

Il tempo di prendere un’arma? Il tempo di salire in automobile? Il tempo di raggiungere chi sta fuggendo?

A quel punto la domanda diventa inevitabile: dove finisce la difesa e dove comincia la vendetta?

Il problema è proprio questo. La legittima difesa serve a fermare un’aggressione. La vendetta serve a punire chi l’ha già compiuta. Sono due cose profondamente diverse.

Nel nostro ordinamento la punizione appartiene allo Stato, non al singolo cittadino. È una scelta che può apparire severa.

In realtà è una delle più grandi conquiste della civiltà giuridica: impedire che sia la rabbia del momento, anziché la legge, a decidere chi può vivere e chi deve morire.

Comprendere il dramma umano di chi subisce una violenza è doveroso. Riscrivere il codice penale sull’onda dell’emozione è un’altra cosa.

Ogni volta che allarghiamo il diritto di uccidere, restringiamo inevitabilmente lo spazio della giustizia.

Se Roggero avesse reagito e sparato all’interno del suo negozio, per difendere sé, i suoi e la sua attività, probabilmente non avrebbe subito alcuna condanna e non avrebbe fatto alcun giorno di carcere.

La vera domanda, allora, non è se proviamo empatia per Roggero, comunque vittima di un’aggressione ma autore di una vendetta. La vera domanda è questa: vogliamo davvero vivere in un Paese nel quale il confine tra difesa e vendetta non è più stabilito dalla legge, ma dall’intensità della rabbia di chi impugna un’arma?

Il sì e il no sono separati da oltre duemila anni di riflessione giuridica. Da quando lo Stato ha progressivamente sottratto ai singoli il diritto di farsi giustizia da sé, riservando a sé il monopolio della forza e della punizione.

Se oggi riteniamo che quella scelta sia stata un errore, possiamo naturalmente cambiarla. Ma dovremmo almeno avere l’onestà di dire che non stiamo ampliando la legittima difesa. Stiamo riportando una parte della giustizia nelle mani dei cittadini. E accettando tutte le conseguenze che ne derivano.

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© Gianluca Sposito


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