
Il dubbio non è del tutto campato in aria: aspìdes è graficamente sia il plurale greco di ἀσπίς (aspís, genitivo ἀσπίδος, aspídos: “scudo”), sia il plurale latino di àspis (“aspide”, cioè serpente).
Ma il nome dell’operazione europea non lascia spazio a equivoci: ASPÌDES significa “scudi”. Un nome perfetto per una missione dichiaratamente difensiva, nata per proteggere la libertà di navigazione nel Mar Rosso.
Eppure, nelle guerre la grammatica spesso cambia prospettiva. Per chi riceve la protezione, sono scudi; per chi vede caccia italiani dispiegati in Arabia Saudita — e dopo l’attacco alla base di Ta’if, che ha danneggiato un F-2000, cioè un Eurofighter Typhoon, italiano — possono apparire come serpenti. Non a caso gli Houthi hanno domandato: «Perché i vostri aerei sono lì?»
Stessa grafia, due plurali, due immagini contrapposte. La filologia non risolve i conflitti, ma almeno ci insegna che anche una parola apparentemente limpida può cambiare significato a seconda di chi la guarda.
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