“Quella di King Kong è una delle storie più classiche e inquietanti dell’horror americano: un soggetto di possente violenza onirica, non privo di una soffusa poeticità, che nel corso degli anni ha affascinato milioni di spettatori e lettori. Una creatura superba in cui rivive, in termini moderni, il mito de “La Bella e la Bestia”: un emblema della forza brutale e irrefrenabile, eppure fondamentalmente vitale, della natura. Ma anche una metafora, forse, di quella parte istintiva dell’animo umano, radicalizzata dalla civiltà. Come nel “Frankenstein” di Mary Wollstonecraft Shelley, anche qui un essere mostruoso distrugge e soccombe nel tentativo di realizzare i propri desideri; ma se lì vi era una creatura della scienza, qui protagonista è la forza brutale e irrefrenabile della natura e degli istinti, che la civiltà cerca comunque di dominare.

Cinematograficamente, King Kong ha vissuto tre momenti fondamentali: nel 1933, con il primo film prodotto e diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack; nel 1976, con la versione diretta da John Guillermin e prodotta da Dino De Laurentiis; infine, nel 2005, con il remake diretto, prodotto e coscritto da Peter Jackson.

In 90 anni di storia, generazioni molto diverse tra loro hanno dunque avuto modo di conoscere ed emozionarsi di fronte all’epica di Kong. Così come molto diverse tra loro sono state le tecnologie utilizzate per la realizzazione di quel trittico di film: prevalentemente e prevedibilmente digitale quella utilizzata da Jackson (su tutte, il sistema di motion capture); naturalmente ‘analogiche’ le altre – anche se risultano ancora affascinanti gli effetti speciali e i trucchi visivi dell’edizione del 1933, all’epoca infatti rivoluzionari (come la combinazione di stopmotion, retroproiezione, matte painting e miniature).

Ma in questi due pur straordinari film del 1933 e del 2005 un vero gorilla gigante non è mai esistito: né ammaestrato né animato meccanicamente. Forse gli spettatori degli anni ‘30 e ‘40, nella loro semplicità tecnologica, potevano essere illusi che così non fosse da quegli effetti mai visti prima; ma no di certo quelli del terzo millennio, ben consapevoli che la tecnologia digitale era già da tempo capace di riprodurre qualunque cosa.

Un discorso a parte merita, invece, il film del 1976 per il quale il produttore volle che venisse costruito un vero gigante meccanizzato: doveva essere lui il protagonista indiscusso. Bando ad ogni altra finzione, miniature e simili: il gorilla gigante doveva esserci. Ci fu, è vero, ma le cose non andarono esattamente come si pensava e come tuttora si è indotti a credere.

Questa, allora, è la triste storia di quello che doveva essere un gigante protagonista assoluto sullo schermo, ma la cui vera gloria di celluloide durò davvero poco (…).

Perché il Kong che tutti ricordano, crivellato di colpi, disteso e ormai esanime, davanti alle Torri Gemelle, non è il Big Kong meccanico, sballottato tra le Americhe, e poi divenuto

triste reliquia abbandonata. È un altro Kong: in polistirolo.”

Curiosi?

Introduzione a Gianluca Sposito, “King Kong: la storia mai scritta”, Intra, 2023

https://edizioni.intra.pro/prodotto/gianlucaspositokingkonglastoriamaiscritta

Testo di © Gianluca Sposito. Tutti i diritti riservati.

Immagine di copertina: Davide Minghini, King Kong in Fiera a Rimini, 13 giugno 1977, Archivio Davide Minghini, © Biblioteca Gambalunga di Rimini.

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