Delicato, intenso, profondo. Ma anche commovente, fuori dagli schemi, coraggioso. “Il tempo che ci vuole”, l’ultimo film di Cristina Comencini, ora disponibile su Sky, è tutto questo. E qualcosa in più.

Un’opera che parla sottovoce, ma arriva forte, diretta con pudore e insieme con forza, capace di entrare nel cuore senza mai forzare la mano. Un film che è anche un inno all’amore genitoriale, all’insegnamento silenzioso, alla cura quotidiana che un padre può trasmettere, anche senza grandi gesti.

La trama mescola elementi autobiografici e cinematografici, memoria privata e storia collettiva, in un intreccio delicato di emozioni, cinema e vita vissuta.

Al centro del racconto, il rapporto tra una figlia e suo padre – che non è solo il grande regista che tutti conoscono, ma è anche “quel padre”, “il padre”, “un padre”, con tutto ciò che questo ruolo comporta: responsabilità, fallibilità, amore assoluto.

E a incarnarlo c’è Fabrizio Gifuni, in una delle sue interpretazioni più alte: fatta di introspezione, misura, potenza espressiva. Un padre che resta, anche quando sembra lontano. Altrettanto brava e adeguata Romana Maggiora Vergano nel ruolo della figlia.

Cristina Comencini sceglie di raccontare la figura paterna da dentro, da figlia e da regista, e in questo gesto c’è tutto il coraggio e la libertà di un’opera fuori dagli schemi.

Assolutamente da vedere.


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