Su Sky è arrivato “L’orto americano” (2024), l’ultimo film di Pupi Avati che – dopo Il signor Diavolo (2019) – resta saldamente nel genere gotico (questa volta, in versione “italo-americana”).

Che dire? Premetto che nel mio libro sulle location horror (Overlook, 2023) ho elogiato ampiamente Avati per “La casa dalle finestre che ridono” (1976) e per “Il signor diavolo”, sia per le scelte logistiche che per i risultati estetici ottenuti. Ma qui, purtroppo, non riesco a fare lo stesso.

A trattenermi non sono le location (Roma, Ferrara, Ravenna, Forlì e perfino Davenport) né l’uso – furbo? – del bianco e nero. È la narrazione: una sceneggiatura che (mi) sembra fragile, disordinata, a tratti confusa, (davvero troppo) poco credibile.

Fatemi cambiare idea, se volete.

Resta comunque la prova intensa del giovane Filippo Scotti (però bravissimo tutto il cast!), e resta soprattutto la grandezza di un regista che, a 86 anni, ha ancora voglia – e capacità – di raccontare con efficacia visiva unica, con alcune inquadrature e una “mano” che raramente si vedono.

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© Gianluca Sposito


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