
Nei giorni scorsi ho parlato de “Il postino suona sempre due volte” nel celebre adattamento con Jack Nicholson e Jessica Lange del 1981. Faceva seguito a quello, sempre americano, del 1946. Eppure, c’è un precedente tutto italiano, che molti neanche immaginano.
Nel 1943 Luchino Visconti presentò al pubblico “Ossessione”, un’opera d’esordio che segnò una svolta nel cinema italiano e che rappresenta – benché con un titolo diverso – quello che, ad oggi, è ancora l’unico adattamento italiano del romanzo di James M. Cain, pubblicato solo qualche anno prima (nel 1934). Questo film non solo introdusse elementi innovativi nel linguaggio cinematografico dell’epoca, ma si distinse anche per le scelte narrative che, pur mantenendo l’intreccio centrale del romanzo, lo reinterpretarono profondamente.
La trama di “Ossessione” segue le linee guida del romanzo di Cain: un vagabondo, Gino, arriva in una locanda gestita da Giovanna e suo marito, Giuseppe. Tra Gino e Giovanna nasce una passione travolgente che li porta a pianificare l’omicidio di Giuseppe. Tuttavia, Visconti ambienta la storia nella campagna ferrarese, trasferendo l’azione dall’America all’Italia rurale, e introduce il personaggio de “Lo Spagnolo”, assente nel romanzo originale. Questa figura funge da contraltare alla relazione tra Gino e Giovanna, offrendo una prospettiva alternativa sulla libertà e sull’emancipazione personale.
Una delle differenze più significative tra il romanzo e il film risiede nell’approccio stilistico. Mentre Cain adotta una narrazione asciutta e diretta, Visconti infonde nel film un realismo crudo, soffermandosi sui dettagli della vita quotidiana e sulle sfumature psicologiche dei personaggi. Ad esempio, in una scena memorabile, Giovanna viene mostrata mentre si addormenta esausta in una cucina disordinata: un’immagine che sottolinea la sua condizione oppressiva e anticipa temi che diverranno centrali nel neorealismo italiano.
La produzione di “Ossessione” affrontò notevoli sfide legali e politiche. A causa delle restrizioni del regime dell’epoca (siamo nel 1943) e dell’impossibilità di ottenere i diritti del romanzo di Cain, il film fu realizzato senza autorizzazione ufficiale. Ciò portò comunque a problemi con la censura e alla distruzione di alcune copie. Fortunatamente, Visconti riuscì a nascondere una copia del negativo, permettendo al film di sopravvivere e di essere riscoperto nel dopoguerra.
“Ossessione” non è solo una trasposizione cinematografica di un romanzo noir americano, ma una reinterpretazione che riflette le tensioni sociali e culturali dell’Italia degli anni ’40. Visconti utilizza la storia di passione e tradimento per esplorare temi universali come l’alienazione, la ricerca della libertà e le dinamiche di classe, ponendo le basi per il movimento neorealista che avrebbe dominato il cinema italiano nel decennio successivo.
In sintesi, “Ossessione” rappresenta un punto di incontro tra letteratura e cinema, tra cultura americana e italiana, offrendo una visione unica e profondamente radicata nella realtà sociale del suo tempo. Le scelte narrative di Visconti, pur ispirandosi al romanzo di Cain, creano un’opera autonoma che continua a essere studiata e apprezzata per la sua audacia e profondità espressiva.
Avreste mai detto che prima di Jack Nicholson e Jessica Lange ci furono i bravissimi Massimo Girotti e Clara Calamai?
© Gianluca Sposito
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