Ci sono serie che raccontano storie. E poi ci sono serie che ti trascinano dentro, facendoti respirare la paura, la disperazione, l’angoscia. “Adolescence” è una di queste. Creata e sceneggiata da Jack Thorne e Stephen Graham (che interpreta anche il protagonista), e diretta da Philip Barantini, questa miniserie britannica in quattro episodi descrive le conseguenze di un evento drammatico con una particolarità anzitutto tecnica: ogni episodio è un piano-sequenza unico, girato senza interruzioni e senza montaggio, un flusso ininterrotto di tensione che non ti permette di distogliere lo sguardo.

Jamie Miller ha tredici anni quando viene accusato dell’omicidio di una compagna di scuola. Ma questa non è una storia sulla colpevolezza o l’innocenza, non è un classico “true crime”. Adolescence è un dramma devastante che ci mette nei panni di chi rimane, di chi si ritrova a vivere un incubo inaspettato. Non vediamo il crimine, non sappiamo come esattamente sia accaduto, ma viviamo il suo impatto sulla famiglia del presunto assassino, un ragazzino di appena tredici anni. La sua famiglia è un universo che si disintegra sotto i nostri occhi, e noi siamo lì con loro, senza possibilità di fuga.

L’episodio d’apertura è pura adrenalina. Il suono di un campanello, una porta che si apre e l’istante che separa la normalità dall’irreparabile: la polizia irrompe in casa per arrestare Jamie. Da quel momento in poi, la macchina da presa diventa un occhio onnipresente, senza stacchi, senza respiro. È come assistere a un dramma in tempo reale, con la tensione che cresce minuto dopo minuto.

L’aspetto tecnico è davvero da brividi. Girare ogni episodio come un unico piano-sequenza è un’impresa estrema, qualcosa che pochi hanno osato fare: ricordiamo, ovviamente, Alfred Hitchcock, Robert Altman, Aleksandr Sokurov e Sam Mendes, registi che, in tempi e modi diversi, hanno donato al cinema esempi di piano-sequenza straordinari. Ma nel mondo delle serie TV, oggi regno incontrastato dell’annacquamento narrativo e del flashback, si tratta di qualcosa di finalmente nuovo e di grande efficacia per la narrazione e il coinvolgimento degli spettatori.

Così, “Adolescence” trasforma lo schermo in una finestra sul dolore. Una macchina tecnicamente perfetta ma molto più umana di tante altre. È un pugno nello stomaco, una riflessione sulla fragilità dell’adolescenza, sulla paura di ogni genitore, sulla crudeltà del mondo in cui i ragazzi crescono oggi. 

“Adolescence” è una serie da vedere.

Disponibile ora su Netflix.


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