Ci sono film che non fanno rumore. Non urlano, non inseguono lo spettacolo, non ti stordiscono con colpi di scena o musiche roboanti. Ma restano. “Lo spaventapasseri” (Scarecrow, 1973), diretto da Jerry Schatzberg, è uno di questi.

È un road movie, sì, ma anche un film sull’amicizia, sul fallimento, sui sogni mai realizzati e sull’America vera, quella che si muove fuori dalle cartoline. Protagonisti due giganti: Gene Hackman, duro e impaziente ex detenuto, e Al Pacino, tenero vagabondo infantile e idealista. Due solitudini che si incontrano per caso lungo una strada polverosa e decidono di camminare insieme per un tratto.

Max e Lion — questi i loro nomi — vogliono mettere su un autolavaggio a Pittsburgh. Uno sogna la stabilità, l’altro solo di rivedere un figlio che non ha mai conosciuto. Ma nel loro vagabondare c’è poco di eroico: cercano lavoretti, fanno incontri strani, condividono letti scomodi, si ubriacano, ridono, piangono. Il titolo del film nasce da una delle riflessioni di Lion: lo spaventapasseri, dice, fa ridere gli uccelli, e per questo non si avvicinano. Meglio farli ridere che spaventarli. È il suo modo gentile di stare al mondo.

Il film è girato con una fotografia straordinaria di Vilmos Zsigmond, tra cieli larghi e paesaggi spogli. Ogni scena è piena di silenzi, di attese, di piccoli dettagli che raccontano più di mille battute. E proprio nei silenzi, nei dialoghi minimi ma autentici, “Lo spaventapasseri” costruisce la sua grandezza.

Quando uscì, vinse al Festival do Cannes il Grand Prix della giuria, ma venne snobbato negli Stati Uniti e da allora è rimasto, immeritatamente, in un cono d’ombra. Rivederlo oggi è come aprire una lettera dimenticata: si riscoprono i volti giovani di due attori monumentali, si ascolta un’America disillusa e malinconica, e si torna a un cinema che si prendeva il tempo di raccontare le persone.

“Lo spaventapasseri” forse non è un film per tutti. Ma certamente è un film che molti dovrebbero vedere.Disponibile in streaming su Amazon Prime Video.


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