
Ieri sera, a Pesaro, “Il medico dei pazzi” è andato in scena per la prima volta. E ogni debutto è un piccolo atto di follia condivisa.
Grazie, anzitutto, ad Alessandro Valentini, compagno di scrittura e di scena, con cui questo testo è nato, cresciuto, discusso, smontato e ricostruito infinite volte.
Grazie ai registi Chiara Ciaschini e Marco Paladini, che hanno saputo dare corpo e ritmo a una macchina comica complessa, trovando equilibrio tra tradizione e contemporaneità, tra farsa e riflessione, tra parola e movimento.
Grazie a tutti gli attori, che hanno abitato personaggi, sopra e sotto le righe, senza mai perdere precisione, misura e ascolto reciproco. La farsa è un genere serissimo, e ieri sera lo avete dimostrato.
Grazie ai tecnici, alle luci, alla musica, a chi ha lavorato dietro le quinte, alla Compagnia La Piccola Ribalta: perché il teatro è sempre un’opera collettiva, anche quando sul palco sembrano esserci solo pochi.
Con Alessandro abbiamo voluto fare qualcosa di molto chiaro: non un semplice aggiornamento dell’opera di Scarpetta, ma una trasposizione concettuale.
Senza tradire lo spirito farsesco originario, ma contaminandolo con elementi moderni, linguaggi diversi, incursioni musicali, riferimenti culturali contemporanei.
Abbiamo provato a rappresentare la follia nelle sue molte forme: quella esibita, quella nascosta, quella presunta, quella organizzata, quella sociale.
E soprattutto ci siamo posti – e abbiamo posto al pubblico – una domanda sottile:
che cos’è davvero la follia? E chi sono i pazzi? Chi sta sul palco? Chi osserva? O forse chi è convinto di essere perfettamente “normale”?
La farsa ci permette di giocare con le prospettive, di ribaltarle, di farci ridere e, subito dopo, di farci dubitare.
Chiudo riportando una parte di un messaggio che ho ricevuto questa mattina da uno spettatore tramite questa pagina e che, credo, sintetizza molti dei commenti arrivati:
“Non è stata una semplice ripresa di Scarpetta, ma una rivisitazione intelligente e ironica. Mi ha colpito il gioco continuo di prospettiva: non si capisce mai davvero chi sia il pazzo e chi no. La contaminazione tra tradizione e modernità – anche musicale e visiva – è stata sorprendente, innovativa e coerente. Si ride, ma si pensa. E questo non è scontato.”
Se il teatro riesce a farci fare entrambe le cose – ridere e pensare – allora forse un piccolo obiettivo lo abbiamo raggiunto.
Grazie a chi c’era.
E a chi verrà.
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© Gianluca Sposito