
È sempre un piacere, per me, quando vedo i libri di Ernest Hemingway pubblicati anche da Edizioni Intra, ricordare la sua straordinaria capacità narrativa: una scrittura asciutta, limpida, splendida. Una prosa capace di eliminare il superfluo e, proprio per questo, di lasciare sulla pagina soltanto ciò che conta.
Ma oggi, guardando un documentario, mi è tornato in mente un episodio che rivela un altro talento di Hemingway: quello di osservare gli uomini e smascherarne, con pochi dettagli, la messinscena.
Nel novembre del 1922 il giovane Hemingway, allora corrispondente del “Toronto Daily Star”, si trovava a Losanna per seguire la conferenza internazionale sulla pace nel Vicino Oriente. Benito Mussolini, diventato presidente del Consiglio da poche settimane, aveva annunciato che avrebbe ricevuto la stampa.
I giornalisti entrarono nella sala e lo trovarono seduto alla scrivania, apparentemente assorto nella lettura di un libro. Non alzava lo sguardo. Sul volto aveva già il celebre cipiglio destinato a diventare una delle maschere del regime.
Hemingway comprese subito la rappresentazione: l’ex giornalista Mussolini sapeva perfettamente quale immagine avrebbero trasmesso i corrispondenti. Il dittatore concentrato, l’uomo d’azione che trovava comunque il tempo per lo studio, il capo troppo occupato per accorgersi della folla entrata nella stanza.
Incuriosito, Hemingway raccontò di essersi avvicinato in punta di piedi per vedere quale libro lo assorbisse così profondamente.
Era un dizionario francese-inglese.
E Mussolini lo teneva capovolto.
Il 27 gennaio 1923 Hemingway raccontò la scena in un articolo dal titolo inequivocabile: “Mussolini, Europe’s Prize Bluffer, More Like Bottomley than Napoleon”, cioè “Mussolini, il campione europeo dei bluffatori: più simile a Bottomley che a Napoleone”.
Lo definì “il più grande bluff d’Europa” e descrisse il suo talento nel rivestire piccole idee con grandi parole.
Tutto il ritratto era già in quella singola immagine: un uomo intento non a leggere, ma a farsi vedere mentre leggeva. La cultura ridotta a oggetto di scena, il potere trasformato in teatro, la posa che pretendeva di essere sostanza.
È passato più di un secolo. Eppure sembra oggi. O forse lo è.
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© Gianluca Sposito
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